Lunedi, 24 Novembre 2014

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Nino Martoglio e il teatro dialettale

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Nino-Martoglio

Nino Martoglio nasce a Belpasso nel 1870. Esordisce nel giornalismo a soli 19 anni fondando a Catania il giornale satirico D’Artagnan sul quale pubblicò i suoi primi versi, scritti in dialetto popolaresco e allo stesso tempo finemente letterari e intrisi di una sorprendente comicità. Questi versi gli meritarono l’elogio di Carducci e Pirandello. Nel 1901 decise di volgersi al teatro, nel tentativo di riportare alle platee di tutta Italia il teatro dialettale siciliano. Grazie alla vena schiettamente realistica, alle soluzioni linguistiche riproducenti il dialetto vivo e parlato e alle eccezionali capacità degli interpreti, le opere di Martoglio raggiunsero una straordinaria popolarità. I suoi primi testi “I Civitoti in pretura” (1893) e “Nica” (1893), costituiscono costituirono l’inizio di una intensa attività che si esplicò nella composizione di una ventina di commedie, alcune delle quali in lingua.

Come autore Martoglio pose in scena una Sicilia colorita e credibile, è il caso della commedia “San Giovanni decullatu” (1908), non è altro che una caricatura di una religiosità popolare ingenua. L’altra commedia “L’aria del continente” (1910), è una rappresentazione satirica dello snobismo di un borghesuccio isolano che prova disprezzo per le usanze e le abitudini siciliane.

In collaborazione con Pirandello, compose in dialetto “A vilanza” (1917) e “Cappiddazzu paga tutto” (1917). Altre commedie di grande successo furono : “Scuru”; “L’Arte di Giufà”; “annata ricca massaru cuntentu”; “Sua eccelleza”. Ricordiamo anche la Centona, una raccolta di cinquanta sonetti nella parlata catanese (1899).

Le sue opere poterono elevarsi alla dignità di capolavori anche per l’adozione di un linguaggio misurato, molto semplice e straordinariamente scorrevole, il suo intento fu sempre quello di disegnare un microcosmo regionale, popolare, caratterizzato da connotati decisamente provinciali.

Dal 1913 si dedicò anche al cinema, producendo e dirigendo quattro pellicole, oggi andate tutte perdute: Il Romanzo, Capitan Blanco, Il palio, Teresa Raquin. La sua notorietà arrivò con Sperduti nel buio, dal dramma di Roberto Bracco, la prima opera realistica del cinema nostrano considerata a posteriori da molta critica come antesignana del neorealismo. Martoglio, riuscì a descrivere una Sicilia arcaica, legata a costumi e situazioni ataviche, con personaggi popolani ma nello stesso tempo in costante fermento e in capillare evoluzione. Spesso, fu denigrato dalla critica, relegandolo in una posizione secondaria, ai margini di una cultura considerata erroneamente produzione artigianale e di basso profilo.

Tutta la sua opera è caratterizzata, oltre che dal verismo e dalla bellezza dei paesaggi, anche da una forte contrapposizione tra ricchezza e povertà. La sua fama si mantenne pressoché intatta intorno alla fine degli anni trenta.

Riuscì ad eccellere come pochi praticamente in tutte le occupazioni lavorative in cui fu impegnato; egli fu un giornalista puntuale e preciso, un imitabile poeta, un fine dicitore, un commediografo stimato dal pubblico, un capocomico battagliero. Conferisce alla parlata dialettale un’importanza che risulta determinante nel rendere attraverso il registro siciliano il costume, l’indole, gli ambienti preferiti dei siciliani. È un universo, quello martogliano, ricco di archetipi collettivi, un microcosmo dove tutto viene descritto per mezzo di un tono molto semplice ed elementare, intento a svelare gli aspetti più peculiari e veri della sua terra. I personaggi delle sue opere sono volutamente di un mondo in costante evoluzione: tipi analizzati al microscopio di una varia casistica di eventi; sono buoni e cattivi, furbi e ingenui, signorotti squattrinati e popolani truffaldini.

Nel pieno sviluppo della sua arte lo colse incredibilmente la morte, avvenuta per uno sciagurato e misterioso incidente il 15 Settembre del 1921 a Catania, allorché precipitò nella tromba dell’ascensore dell’ospedale Vittorio Emanuele, dove era ricoverato il figlio.

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